SIETE LIBERI DI NON PENSARE LIBERAMENTE

Questa è la frase con la quale spesso apro le sessioni di brainstorming.
Quando chiedo ai partecipanti se accettano la mia richiesta, li invito ad osservare che hanno appena creduto ad un’affermazione paradossale, perché se non si pensa liberamente non si dovrebbe essere liberi.
Qui però dimostrerò che la vera ingiunzione paradossale è proprio quella di pensare liberamente.
La dittatura del brainstorming ha terrorizzato per decenni soprattutto il mondo manageriale anglosassone, in Italia l’abbiamo scampata grazie al nostro endemico pensiero autarchico, anche se alla fine il risultato è lo stesso: lasciare che i pensieri si rincorrano nella nostra testa in una serie di concatenazioni senza fine. con la differenza che gli anglosassoni lo fanno in gruppo e noi in solitudine.

Sulle qualità e le modalità del pensiero la letteratura manageriale si è dimostrata molto più fantasiosamente spregiudicata di quella scientifica, quest’ultima invece sta cominciando seriamente a riconoscere quanto sia disperato l’obiettivo di capire il pensiero attraverso il pensiero stesso, così come i fisici ammettono di non riuscire a comprendere la natura della luce poiché per osservarla hanno bisogno della luce stessa.
Questo ha stimolato gli scienziati cognitivi a investire molte risorse nell’elaborazione di metodi di studio del pensiero sempre più ingegnosi, con risultati che tendono  a ridurre le categorie del pensiero più che ad ampliarle.
Stainovich e West sono arrivati a individuare due sole tipologie, battezzandole laconicamente: sistema 1 e sistema 2. Poi rinominati acutamente da Kanheman: pensieri lenti e veloci.
Il pensiero veloce, quello dei brainstorming, fluisce libero dal controllo della volontà, ma proprio qui sta il paradosso, se il pensiero è libero non lo siamo noi perché non decidiamo noi cosa pensare, tanto è vero che nei casi più seri questo porta al pensiero ossessivo e ne diventiamo succubi.
Il paradosso del paradosso è che i pensieri lenti sembrano essere possibili solo grazie alla “concessione” dei pensieri veloci, quindi dove comincia la nostra decisione? Che equivale a chiedersi: dove comincio Io?

A Kanheman e Tversky va senz’altro il merito di aver messo in luce alcuni interessanti meccanismi del pensiero che ci portano a utilizzare molto maldestramente il pensiero stesso, uno di quelli a mio avviso più scabrosi è la convinzione che il mondo funzioni secondo le regole del nostro pensiero e non il contrario.
Se però la scienza ci fa conoscere sempre di più le regole del pensiero e anche vero che non è in grado di insegnare a me e te a pensare meglio, perché quella del pensare è una pratica filosofica, e qui si ingannano i pensatori principianti nel giudicarla inutile, lo credono proprio perché non la praticano.

Alla fine è lo stesso filosofo a dichiarare la propria inutilità, ma solo quando trova la chiave tanto cercata, perché una volta utilizzata per varcare la soglia, occorre liberarsene e a noi rimane solo da contemplare quel rifiuto lasciato in eredità da chi è andato oltre.

Image by Jonathan McCabe