LA SERENITA’ SUL LAVORO

Tra le diverse richieste raccolte nel mio lavoro, ce n’è una particolarmente ricorrente che accomuna imprenditori, dirigenti, impiegati e operai: tutti desiderano serenità.

Questa serenità non dipende dalla sostenibilità del ritmo di lavoro o dalla stabilità economica, bensì della pace nelle relazioni interpersonali.
Ognuno vorrebbe un cielo sgombro dalle nubi, ma se con la meteorologia riusciamo a prevedere cosa faranno le nubi appena questa settimana, nelle dinamiche relazionali le nostre predizioni sono ancora meno attendibili.
Inoltre è critico stabilire la pertinenza, più o meno privata, delle nubi che ci tolgono serenità sul lavoro. Può trattarsi di un’antipatia irrazionale o un torto che vuole essere risarcito, perché magari un giorno il collega (o il socio) ci ha risposto male, ci ha insultato, ci ha fatto un dispetto o semplicemente non ci ha salutato.

Il clima relazionale incide sulla redditività dell’azienda e sul nostro fegato, ma tutti i tentativi di migliorarlo attraverso il coinvolgimento in attività socializzanti, l’adozione di uno stile manageriale più informale o l’instaurazione di codici etici e norme comportamtentali, seppur mossi da buone intenzioni, pagano la contraddizione di voler imporre la serenità, convincendosi che il fallimento di questi tentativi sia causato da chi non accetta una simile imposizione.
Così la serenità diventa un desiderio fantasticato e sopravvalutato, infatti ci si dimentica che anche un tempo di bonaccia può crearci serie difficoltà.

In tutti questi anni di lavoro ho colto ogni occasione per occuparmi delle tempeste relazionali, sperimentando un vasto repertorio di errori che oggi costituiscono il mio patrimonio.
Qui ne condivido una parte, che non si pretende ontologica ma modesto e parziale contributo, per chi è alle prese col miglioramento della comunicazione interpersonale sul lavoro, in particolare nella gestione dei conflitti.
Non ho comode ricette pronte all’uso, ogni caso è unico, richiede inventiva e improvvisazione, gli errori invece sono sempre gli stessi, eccone un decalogo:

  1. se avete già la soluzione in testa, non proponetela, è quasi certamente sbagliata;
  2. non abbassate la guardia dopo un successo, verrà neutralizzato il giorno dopo;
  3. non focalizzatevi su quello che manca;
  4. non parlate delle persone assenti;
  5. non fatevi plagiare da nessuno, neanche da voi stessi;
  6. non cercate di convincere le persone;
  7. non fuggite dal giudizio nei vostri confronti;
  8. non siate generici;
  9. non riutilizzate mai una soluzione che ha funzionato in passato;
  10. non utilizzate questo decalogo come se fosse una ricetta.

Non è sufficiente astenersi dal compiere queste azioni, al contrario, occorre sperimentare tutti gli errori consapevolmente, senza lasciarsi demoralizzare.
Le cose cominceranno a migliorare nel trovare strade contro-intuitive.
Sembra insensato poter ottenere dei miglioramenti senza convincere le persone che dovrebbero migliorare, ma succede proprio così e quindi non cercherò neanche di convincervi di ciò.
Allora cosa bisogna fare? Non ci sono delle tecniche da imparare, oltre che errori da attraversare?
Occorre indubbiamente una preparazione scientifica, ci sono cose da conoscere prima di praticare, ma se si aspetta di essere perfettamente preparati non ci si butterà mai nell’occhio del ciclone. Bisogna praticare, riconoscere gli errori, valutarli attraverso i principi consolidati delle discipline di riferimento, avvalendosi possibilmente della supervisione di un fidato esperto autorevole, e infine fare il passo successivo nella propria strada.

Si rischia? Sì, la propria carriera e reputazione. Sarete sotto i riflettori, ogni passo falso verrà strumentalizzato. Per questo è necessaria una dirigenza che creda in voi e sia disposta a sostenervi nei passaggi che vi metteranno in crisi.

La mia esperienza è fatta di molti interventi disgregati, che ho realizzato dove trovavo una temporanea opportunità.
Adesso dovrei aggregare le parti in un risultato organico e spero di poterlo fare alla prossima occasione.

IMAGE BY ANDREJ CHUDY